OMELIE

Nello spezzare il pane

Omelia di Mons. Pelvi del 08-06-2020

MESSAGGIO DELL'ARCIVESCOVO PER LA SOLENNITA' DEL CORPUS DOMINI

Carissimi,
nei giorni scorsi, quando, a causa della pandemia, non è stato possibile ricevere la Comunione eucaristica, mi ha fatto riflettere l’espressione di molti fedeli: “mi manca qualcosa”. Forse era più appropriato dire: “mi manca Qualcuno”. L’Eucaristia, infatti, non è una “cosa”, un oggetto di fede, un prodigio inafferrabile, ma una Presenza personale con il suo modo di essere e di fare, con la sua semplicità e umanità. Nel sacramento dell’altare è racchiusa l’intera esistenza di Gesù e, nel contempo, il senso dell’umano. Il Signore si offre per la vita del mondo, viene ad abitare nel discepolo che, riconoscendone la divinità, la accoglie e la condivide. Per dare vita occorre perdere la vita. Il Figlio di Dio, carne e sangue, coinvolge l’uomo nella relazione, nello scambio e nella
comunione. Il gesto che racconta la partecipazione a così immenso amore è quello dello spezzare il
pane della gratuità e della misericordia che rendono simili al Redentore. Chi mangia il pane spezzato e beve il sangue versato viene assimilato alla vita del Signore, disponendosi a consumare l’esistenza per il bene dei fratelli. La vocazione cristiana, perciò, si presenta come un permanente spendersi nel corpo e nel sangue: il corpo che si impegna nel lavoro e si offre nell’affetto, il sangue che dà linfa per esistere; il corpo che sostiene il debole per dargli conforto, il sangue che si congela dentro quando dolore e paura ci assalgono; il corpo che con gli anni si consuma e il sangue che si versa sino a esaurirsi. Con la Comunione eucaristica, carne e sangue, cioè la nostra esistenza, diventano segno loquace dell’agire di Gesù. Come i due discepoli di Emmaus lo riconobbero nello spezzare il pane, così le persone ci riconosceranno credenti quando offriremo noi stessi in
dono al prossimo. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi, gli uni gli altri. Ne consegue che il gesto dello spezzare il pane dovrà visibilizzarsi in tanti comportamenti nei quali riuscire a mettere noi stessi: gesti autentici, sinceri, che vengono dal cuore e aprono grandi orizzonti. Penso al gesto “eucaristico” della mamma che allatta il bambino, del contadino che custodisce la terra, dell’amico che condivide la tenerezza,
dell’anziano sereno perché benevolmente assistito, come pure al coraggio del perdono, alla gratuità della riconoscenza, alla responsabilità come stile di convivialità. Nell’Eucaristia, Gesù si trasforma in noi e ci trasforma a sua somiglianza: non sono più io che vivo ma Cristo che vive in me. Condividere, allora, la mensa dell’altare esige la condivisione alla vita quotidiana. Qualche volta apprendiamo di episodi di profanazione dell’Eucaristia e giustamente ce ne meravigliamo; forse non ci meravigliamo allo stesso modo quando viene profanato il corpo e il sangue del fratello, quando, cioè, assistiamo a ingiustizia, violenza, egoismo, indifferenza e sopraffazione. Eppure questo non è un oltraggio minore di quello, perché riguarda sempre il “corpo” di Gesù.
La Solennità del Corpus Domini ci aiuti a diventare nutrienti per gli altri, come Gesù lo è per noi, accogliendo il corpo eucaristico e il corpo del fratello, specialmente nelle sue membra più deboli e fragili.
Signore, nell’Eucaristia hai disfatto Te per fare me. Insegnami a seminare senza temere, a donare senza misurare, a seguire la tua volontà. E tu, Maria, donna eucaristica, fammi gridare con fede: “da chi andrò, Gesù. Tu solo hai parole di vita”.
Foggia, 14 giugno 2020 Solennità del Corpo e Sangue di Cristo
+ Vincenzo PELVI
Arcivescovo