OMELIE

Ha scelto la parte migliore

Omelia di Mons. Pelvi del 27-07-2020

Omelia per le esequie di mons. Giovanni Giuliani - San Marco in Lamis, 27 luglio 2020

Carissimi, è con profonda riconoscenza al Signore, che celebriamo questa liturgia funebre in suffragio di mons. Giovanni Giuliani, perché, pur nel dolore per la sua morte, prevalga nei nostri cuori un senso di lode e rendimento di grazie per quanto ha rappresentato per la Chiesa universale e per la Diocesi. Egli, punto di riferimento costante e sicuro, ha saputo accompagnare sacerdoti e fedeli nella santità di vita con il suo tratto perspicace e il suo amore alla verità.
Un grazie filiale e devoto all’amatissimo Papa Francesco, che, nella Sua paterna benevolenza e fraterna tenerezza, ha voluto fosse presente tra noi una Sua delegazione pontificia, rappresentata dai Rev. Mons. Lucio Bonora e Paolo Vianello, a cui va il fraterno saluto da parte di tutti noi.
Nella prima lettura, l’apostolo Paolo (1Cor 4,14-5,1) parla di una convinzione che ha radicato nell’animo e trasmesso ai fedeli di Corinto: quella che Colui che ha risuscitato il Signore Gesù risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a Lui insieme.
La risurrezione della nostra carne, dunque, è certa, perché se Cristo è risorto anche noi discepoli risorgeremo a vita nuova. Non ci scoraggiamo: anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Ciò è possibile a una condizione: che sia chiara dentro di noi la meta della nostra speranza, la certezza che il peso momentaneo della tribolazione ci procura una quantità smisurata di eterna gloria. L’apostolo parla della speranza come meta finale della vita cristiana e ne descrive anche il risultato: Dio ci darà un’abitazione, una dimora eterna non fatta da mani di uomo e quindi corruttibile e destinata a perire, ma una costruita da Dio nei cieli e per sempre.
È possibile già su questa terra vivere, giorno per giorno, animati da questa speranza affidabile e sicura? Certamente, se viviamo come Maria di Betania, scegliendo la parte migliore che non ci sarà tolta (cf. Lc 10,38-42). Nel Vangelo di Luca, la parte migliore è quel premio che Dio dà a chi vive in intima unione con Lui, sempre in ascolto della Parola e del suo volere, mai disgiunto dalla comunione con Lui nelle cose terrene e proteso a correre verso il suo Signore con gioia per l’abbraccio eterno.
Don Giovanni era attento e attratto dalle cose del cielo. Proprio la sua spiritualità di fiducia e di abbandono annunciava e testimoniava Cristo, unica Verità.
Sembra, perciò, opportuno descrivere alcuni tratti personali del nostro mons. Giovanni, come amico fedele della Verità che libera e salva.
La sua voce pareva corrispondere alle parole pronunciate, come di qualcuno che è quel che dice, di persona, senza maschera. Il suo parlare, a volte radicale, testimoniava quella franchezza di tratto e quella lucidità di intelligenza, a volte rara negli uomini di religione. Con il suo sorriso mite che scrutava il cuore e il suo relazionarsi senza copertura esprimeva la chiarezza del suo rapporto con se stesso e soprattutto le sue convinzioni coraggiose e aperte a rischio dell’incomprensione e dell’impopolarità. Non cercava le piccole astuzie, né le menzogne che aiutano a vivere comodamente. L’esigenza della verità poggiava su una forza intima perché la verità per lui era un compito e una obbedienza alla sua scelta di vita consacrata.
Innamorato dei gesti quotidiani autentici che davano libertà, ha insegnato che per non vergognarsi del Vangelo, il cristiano deve puntare sulla cultura, sull’approfondimento, sul pensiero, che rende capaci di una vita originale e mai omologata.
Di qui il gusto dell’amicizia espressa con gli occhi, tanto da renderla praticabile e sconfinata, fedele e attenta, ricca di proposte e soluzioni non sempre accolte e condivise.
Nella sua vasta cultura giuridica si intrecciano sapienza biblica e saggezza popolare, fondamenti cristiani e fondamenti laici letti con mente sempre attenta, senza alcuna barriera di chiusura. Un bagaglio di storia antica e nuova, nel quale c’era la sua capacità di parlare con chiunque e di raccogliere intorno a sé persone provenienti da formazioni diverse.
Per don Giovanni la fraternità era un aspetto fondamentale della bellezza della vita e della fede e la sapeva regalare a quanti gli si avvicinavano: i dialoghi, le chiacchiere e i momenti di convivialità vissuti con lui restano il segno di una vicinanza e di una presenza, di una capacità di essere veramente umani, con sobrietà, gusto e armonia.
Caro don Giovanni, il tuo ricordo, che porto nel cuore mi sorregga nel ministero e sostenga quanti hanno potuto conoscerti da vicino, accogliere i tuoi insegnamenti e consigli spirituali, seguire l’esempio della tua pazienza nell’accettare la croce e della tua umiltà e mitezza di cuore che ti ha avvicinato a Gesù Buon Pastore e a Maria Madre dei sacerdoti.
Quando verrà, fa’ che sia bella la morte.
Atto di puro abbandono all’Amore,
la sofferenza non turbi lo spirito,
né il timore o
l’angoscia.
Sappia io donarmi
senza chiederti nulla.
Chi ti ama, non può volere che Te:
Tu non sei,
se non sei l’Unico, o
Dio.
Quando verrà, fa’ che sia bella la morte.
in un atto di amore perfetto
possa io lasciare a Te di essere tutto,
di essere Dio, e sia beatitudine
nella tua luce perdermi
e non trovarmi più …
(Don Divo Barsotti)